Da Philippe Starck all’Eurogulag: il paradosso degli hotel standard

Nel libro Limonov di Emmanuel Carrère si racconta del trasferimento del protagonista dal carcere di Lefortovo al campo di Engel’s sul Volga. Si tratta di un istituto modello nuovo di zecca, nato dai pensamenti di architetti ambiziosi, che i detenuti chiamano Eurogulag. Le finezze architettoniche non rendono la vita al suo interno meno dura rispetto alle classiche baracche con il filo spinato. Nel campo, i lavabi, costituiti da una lastra di acciaio sormontata da un tubo di ghisa dalla linea pura e sobria, sono identici a quelli di un albergo progettato dal designer Philippe Starck.

Questa sovrapposizione fatta da Emmanuel Carrère, mostra come la standardizzazione estetica riesca a separare l’oggetto dal suo contesto originario. Un elemento concepito da una firma del design internazionale si ritrova identico in un campo di prigionia, annullando la differenza visiva tra un luogo di accoglienza e uno di reclusione. Quando l’estetica diventa puramente seriale e globale, smette di dialogare con lo spazio e con le persone, trasformandosi in un elemento asettico applicabile ovunque. È un nuovo argomento per la mia battaglia culturale contro la standardizzazione degli hotel, un’ideologia architettonica e gestionale che li rende uguali in tutto il mondo, freddi e sostituibili.

Giancarlo Dall’Ara

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