Albergo Diffuso, un albergo che non si costruisce

La prima idea di Albergo Diffuso era semplicemente quella di utilizzare a fini turistici delle case vuote, appena ristrutturate grazie ai fondi del post terremoto del Friuli.
L’idea non aveva niente di originale, a parte il nome. L’approccio era per così dire “product oriented”, non teneva cioè in considerazione le aspettative degli eventuali ospiti, ma solo quelle dei proprietari.
E’ stato il nome a costringermi a mettere a fuoco il concept di Albergo diffuso che conosciamo oggi, un modello che 13 Regioni del nostro paese hanno, più o meno bene, normato. Un modello di albergo orizzontale, sostenibile, un attrattore per i centri storici e i borghi del nostro paese.
Un modello di albergo originale che non offrisse camere, ma la possibilità di vivere lo stile di vita in un borgo, alloggiando in case che si trovavano in mezzo a quelle dei residenti. Non si poteva chiamare “albergo” infatti una forma di ospitalità fatta solo di case messe in rete tra loro, cioè una formula a tutti gli effetti extralberghiera, e niente affatto originale. Bisognava pensare alle case come a delle camere, e ad una di esse come alla reception di un albergo, al luogo di accoglienza, dove fosse possibile trovare gli spazi comuni e tutti gli altri servizi alberghieri. Pensare ad un gestione alberghiera imponeva di cercare case non lontane tra di loro, la lontananza infatti le avrebbe rese ingestibili. Con queste condizioni si sarebbe dato vita ad una gestione alberghiera in un contesto però del tutto originale, quello autentico di un “albergo che non si costruisce”.
Fin dai primi tentativi capii che perché tutto questo potesse funzionare e non restasse solo teoria  ci voleva un borgo abitato, un centro storico con una comunità viva, perché altrimenti anziché proporre una esperienza autentica, uno stile di vita, si finiva per organizzare la solita proposta per turisti, artificiale, in un borgo che, strutture a parte, finiva per non essere troppo diverso dall’idea del villaggio per turisti.
Oggi, a 12 anni dalla prima normativa, l’albergo diffuso vanta una notorietà straordinaria se rapportata alla sua effettiva realtà, che è data da una cinquantina di strutture che hanno le caratteristiche minime per essere considerate tali, e da un centinaio di tentativi che oscillano dalla rete di case con un booking centralizzato, ad un modello più ampio ed elastico definibile come “paese albergo”, e ad almeno altri 200 progetti in corso, gran parte dei quali però non darà vita ad una albergo orizzontale, ma piuttosto ad un Residence orizzontale.
Negli ultimi anni si sono tenuti convegni ed iniziative sull’albergo diffuso in diversi paesi europei dalla Croazia alla Francia, dal Portogallo alla Bosnia, e questo soprattutto perché l’albergo diffuso ha dimostrato di essere anche un modello di sviluppo a rete, che genera filiere e che rappresenta un contributo allo spopolamento dei borghi.
Al momento l’Associazione nazionale degli Alberghi Diffusi è impegnata sia a valorizzare la formula che a difenderla, perché mentre all’estero si è colta l’originalità del modello e il suo essere made in Italy – non a caso si tende a mantenere il nome di albergo diffuso in italiano, esattamente come facciamo noi quando parliamo di B&B –  alcune Regioni del nostro paese purtroppo non hanno avuto la stessa sensibilità di salvaguardare le peculiarità del modello e hanno regolamenti molto flessibili e poco chiari.

Giancarlo Dall’Ara

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