Anniversari: Valignano capì il Giappone prima che il Giappone scoprisse l’Europa

Un contributo per il 420° anniversario della morte di Valignano

 

“La rivista Ulisse 2000 del marzo 2004 ha dedicato decine di pagine alla cultura, arte e turismo di Chieti. Valignano non è nemmeno ricordato: è proprio vero che nessuno è profeta in patria!”.

Così scriveva Vittorio Volpi, studioso di riferimento per le relazioni italo-giapponesi. A ventidue anni da quello sfogo, e in occasione dei 420 anni dalla morte di Alessandro Valignano (Chieti 1539 – Macao 1606), viene naturale chiedersi se qualcosa sia cambiato. Di certo a livello nazionale il suo lascito resta confinato ai circoli accademici e a una cerchia di appassionati.

Si tratta di un paradosso, perché storici delle relazioni interculturali concordano sul fatto che i princìpi di Valignano restino di un’attualità disarmante. Ne diede prova immediata fin dal suo primo impatto con l’Oriente: quando sbarcò in Giappone nel 1579, scelse di rimanere in silenzio per quasi un anno, dedicandosi esclusivamente all’osservazione e allo studio di una cultura così diversa dalla sua.

Fu questo approccio, documentato anche nelle cronache giapponesi dell’epoca e negli studi di storici come Ōta Yūzō e Fujita Shōichi, a distinguere la sua opera da quella di molti contemporanei. Valignano comprese che l’incontro tra civiltà non si costruisce sull’imposizione, ma sulla reciprocità.

 

Quando l’Oriente scoprì l’Italia

Con lui e con i gesuiti, il Giappone scoprì l’Occidente – che i giapponesi chiamarono Nanban, “barbari del sud” – ma fu Valignano a invertire lo sguardo: organizzò la prima ambasciata giapponese in Europa, il celebre viaggio dei quattro giovani nobili di Kyūshū (1582-1590), noto in Giappone come “Tenshō Ken-Ō Shi” (“Missione dell’era Tenshō presso i Re”). L’impresa fu un successo diplomatico e mediatico senza precedenti. A Roma, Venezia, e in tante altre città italiane, a Madrid e Lisbona, i giovani ambasciatori furono accolti con stupore e ammirazione, e le cronache dell’epoca – conservate oggi negli archivi vaticani e nelle collezioni della Biblioteca Nazionale del Giappone – testimoniano un’Italia che, per una volta, fu “scoperta” dall’Oriente. Studi recenti condotti presso le università di Tokyo e Waseda sottolineano come questa missione fu un esercizio di soft power ante litteram, coordinato da Valignano.

 

Valignano era il responsabile delle missioni gesuite in Asia, e fu guida e mentore di figure come Matteo Ricci, che accolse a Macao nel 1582. Ogni iniziativa missionaria, prima di essere avviata, passava per il suo vaglio. La sua linea era chiara: “accomodamento culturale”. Nel suo “Sumario de las cosas de Japón” (1583) e nel “Cerimoniale” per i missionari, stabilì norme precise: imparare la lingua, adottare abiti locali, studiare il buddhismo e il confucianesimo, evitare giudizi morali prematuri. La storiografia giapponese contemporanea riconosce in queste direttive un cambio di paradigma: per la prima volta, un occidentale non pretendeva di “civilizzare” il Giappone, ma di “leggerlo” dall’interno. Questo approccio influenzò non solo la missione in Giappone, ma anche l’opera di Ricci in Cina, gettando le basi per un dialogo che anticipava di secoli le moderne teorie dell’interculturalità e della diplomazia culturale.

 

Nel contesto giapponese, il suo ruolo fu decisivo anche sul piano linguistico e culturale. Sotto la sua supervisione indiretta, fu redatto il “Nippo Jisho” (1603), il primo dizionario giapponese-portoghese, che fissò per la prima volta la pronuncia e la struttura della lingua giapponese agli occhi occidentali. Molte parole giapponesi di origine latina o portoghese – pan (pane), kappa (mantello), tempura, konpeitō (confetti), kirishitan (cristiano) – entrarono, e sono ancora oggi, nella lingua giapponese proprio grazie alla mediazione culturale che Valignano promosse. Ricerche pubblicate su riviste accademiche giapponesi come Shigaku Zasshi, riconoscono in lui un “architetto invisibile” della prima modernità globale, capace di trasformare l’evangelizzazione in un esercizio di ascolto reciproco.

Perché, a 420 anni dalla sua scomparsa, Valignano resta attuale? Per almeno due ragioni:

  • perché, in un’epoca di crisi del multilateralismo e di scontro tra identità, il suo metodo offre una bussola semplice e radicale: non conquistare, ma incontrare;
  • perché, come mostra Vittorio Volpi in Marketing mission (Scheiwiller 2005), il “marketing secondo Valignano” la sua intuizione sul valore dell’ascolto e dell’adattamento culturale è sorprendentemente concreta e operativa.

 

Queste righe non possono rendere giustizia alla complessità del personaggio, ma spero possano stimolare chi non lo conosce a non ignorarne gli insegnamenti.

Giancarlo Dall’Ara


Valignano nella letteratura e nel cinema

 

Shūsaku Endō (1923-1996), uno dei più importanti scrittori giapponesi del XX secolo, ha dedicato all’epoca di Valignano due dei suoi romanzi più celebri.

 

In Silence (Chinmoku, 1966), Valignano compare come personaggio, sebbene la vicenda principale del romanzo sia ambientata negli anni Trenta e Quaranta del Seicento, dunque dopo la sua morte (1606). La sua presenza si colloca in una fase antecedente alla narrazione: è il superiore gesuita a Macao che, anni prima, aveva cercato di dissuadere i giovani missionari Sebastião Rodrigues e Francisco Garupe dal partire per il Giappone, consapevole delle persecuzioni che li attendevano. Il suo “no” profetico alla partenza dei giovani sacerdoti diventa un monito che risuona per tutto il romanzo che esplora il tema del silenzio di Dio di fronte alla sofferenza dei martiri cristiani.

Da questo capolavoro sono stati tratti tre film: nel 1971 dal regista giapponese Masahiro Shinoda (con la sceneggiatura dello stesso Endō), nel 1996 dal portoghese João Mário Grilo, e nel 2016 da Martin Scorsese, con Ciarán Hinds nelle vesti di padre Valignano. Il film di Scorsese, in particolare, ha riportato all’attenzione mondiale questa pagina di storia.

In “Samurai” (1980), Endo racconta la seconda ambasciata giapponese in Europa (1613-1620), guidata da Hasekura Tsunenaga. Sebbene questa missione sia successiva a quella organizzata da Valignano e si sia svolta in un clima già mutato – con l’inizio delle persecuzioni – il romanzo di Endō testimonia quanto profonda fosse stata l’impronta lasciata dal primo contatto tra le due civiltà, quel dialogo che Valignano aveva cercato di costruire sul rispetto reciproco.

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