I borghi memoria “sonora” dell’Italia
Nei borghi sopravvive l’italiano che si parlava prima dell’italiano
Analisi dei dati Istat 2026 sull’uso della lingua italiana e dei dialetti. Breve riflessione sul ruolo dei borghi come custodi della “memoria sonora” d’Italia e delle lingue minoritarie (arbëreshë, lingue sarde, ladino). La rarità delle parlate locali può diventare un elemento di promozione territoriale e di turismo delle passioni, trasformando i piccoli centri in luoghi vivi dell’ “italiano prima dell’italiano”.
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L’erosione del dialetto: cosa ci dicono i dati Istat 2026
A fine gennaio 2026 l’Istat ha pubblicato il rapporto “L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere – Anno 2024”, che fotografa il paesaggio linguistico del Paese. Il quadro è chiaro: l’italiano si consolida come lingua d’uso quotidiano in tutti i contesti, mentre il dialetto continua a perdere terreno.
Nel 2024 quasi una persona su due (48,4%) parla solo o prevalentemente italiano in famiglia, con gli amici e con gli estranei, in crescita rispetto al 40,6% del 2015. Nello stesso periodo, l’uso esclusivo o prevalente del dialetto in famiglia si è ridotto in quasi quarant’anni dal 32% al 9,6%, con cali simili nelle relazioni amicali (dal 26,6% all’8%) e con gli estranei (dal 13,9% al 2,6%). Anche l’uso “misto” italiano‑dialetto nei contesti più intimi mostra una flessione, segno di un progressivo consolidamento dell’italiano come lingua di riferimento quotidiano.
Per chi si occupa di turismo e marketing territoriale, questa fotografia ha una conseguenza: ciò che fino a qualche decennio fa era “normale” – entrare in un bar di paese e sentire solo dialetto – oggi è sempre più esperienza rara, quindi potenzialmente preziosa.
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I borghi “custodi dell’italiano prima dell’italiano”?
Con tutte le cautele scientifiche, credo si possa dire che i borghi funzionano come custodi di varietà locali – dialetti e lingue minoritarie – che conservano tratti antichi della storia linguistica italiana ed europea. Mentre l’Italia urbana e metropolitana ha anticipato il processo di italianizzazione, nei piccoli centri l’uso del dialetto e dell’italiano misto è rimasto più stabile, pur in calo, anche perché legato alle relazioni di prossimità.
Già i dati Istat del 2012 mostravano che nei comuni fino a 10.000 abitanti l’uso combinato di dialetto e italiano in famiglia era molto più diffuso rispetto ai centri metropolitani, dove quasi il 70% delle persone parlava prevalentemente italiano in casa. È verosimile che questa differenza di fondo sia rimasta, anche se le percentuali si sono spostate a favore dell’italiano. Nei borghi, la densità di legami diretti, le reti parentali, le relazioni di vicinato rendono più naturale mantenere la lingua “di casa”, mentre le città spingono verso la standardizzazione.
In molti borghi, poi, non sopravvivono semplici dialetti, ma vere e proprie lingue d’impianto medievale o rinascimentale: il grecanico in Aspromonte, il croato molisano, le parlate arbëreshë, il franco‑provenzale, il ladino, l’occitano, le lingue sarde, ecc. Spesso queste lingue sono trasmesse principalmente in forma orale, legate a pratiche rituali, canti, proverbi, soprannomi, e costituiscono un patrimonio immateriale che si trova più raramente nelle grandi città.
Visitare un borgo, permette anche di entrare in contatto con la memoria sonora della penisola: i saluti in piazza, le filastrocche, i nomi dei venti e dei campi, i soprannomi delle famiglie, le esclamazioni davanti al cielo che cambia. Semplificando: è un patrimonio dell’italiano che si parlava prima dell’italiano, e che occorre saper valorizzare.
Giancarlo Dall’Ara
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