Economia dell’attenzione e turismo delle passioni
«Una ricchezza di informazione crea povertà di attenzione», scriveva Herbert A. Simon, Nobel per l’economia, che già negli anni ’70 osservava come in un mondo saturo di informazioni il vero bene scarso non è più l’informazione, ma l’attenzione di chi la riceve.
Questa intuizione ha generato quella che gli esperti chiamano “economia dell’attenzione”, e che oggi si traduce in un sistema in cui piattaforme, media e destinazioni competono per accaparrarsi minuti, sguardi, clic, scroll. L’obiettivo non è informare meglio, ma trattenere l’attenzione più a lungo: il successo si misura in tempo di visione, engagement e frequenza di clic, non nella qualità o nel significato dei contenuti.
Il turismo – ahimè – è entrato in questa logica. Prima ancora che viaggiatori, le persone abitano feed, motori di ricerca, social, piattaforme di recensioni, tool di AI. È lì che si forma – o si perde – il desiderio di viaggiare.
Accade così che il viaggiatore non è sommerso solo da offerte, ma da richieste di attenzione, e ogni nuovo contenuto turistico che produciamo entra in competizione non con “la destinazione vicina”, ma con tutto ciò che sullo smartphone chiede di essere guardato ora.
Se assumiamo la categoria di economia dell’attenzione nella logica del turismo delle passioni, però l’agenda per destinazioni e operatori cambia: non sono più i numeri (clic, minuti di visione, frequenza di scroll) la misura, ma le comunità e le persone che condividono una passione, e la cui attenzione può essere accolta, non solo catturata.
GD